Ho ricevuto ieri una domanda per email da una persona che lavora nella promozione di artigianato artistico: La Fondazione Pistoletto di Biella ha ospitato nei mesi scorsi" Bio Ethical Sustainable Trend" (catalogo sul sito della Fondazione). E' la solita operazione commerciale, peraltro più che legittima se volta a dare un nuovo impulso all'industria tessile biellese, o ha un significato culturale vero?
Occorre, per iniziare, accordarsi sul significato di significato culturale.
Se stabiliamo che cultura è la somma di convinzioni e di creazioni artistiche in senso lato espresse da un dato contesto sociale, e ci chiediamo se l'evento ospitato dalla Fondazione Pistoletto sia o meno in grado di cambiare l'attuale stato di cose, la cultura in cui viviamo, in questo caso non nego un certo scetticismo.
Per sentito dire (attraverso però una persona molto dentro alla questione, Nigel Thompson, Consorzio Biella The Wool Company) so che durante il confronto con Franca Sozzani, direttrice di Vogue Italia, sono emerse delle contraddizioni difficilmente risolvibili.
Sull' Eco di Biella del 24 settembre 2009 è stato pubblicato un breve intervento in cui la Sozzani mette in evidenza il fatto che il mondo della moda non può per sua definizione accettare limitazioni riguardo le scelte dei propri creativi. E' utopico, son parole sempre di Sozzani, immaginare di educare il pubblico in questo senso, almeno in tempi brevi.
Il vicepresidente di Confindustria Paolo Zegna fa presente il fatto che l'industria tessile italiana è già in qualche modo ecologica, nel senso che lavora di preferenza fibre naturali (almeno a Biella) impiegando tecnologie a basso, bassissimo impatto ambientale.
Due dei massimi esponenti del mondo tessile/abbigliamento in Italia hanno manifestato, proprio in occasione dell'evento presso la Fondazione Pistoletto, il proprio scetticismo.
Il salone di Pitti Filati del gennaio 2009 (vado a memoria, forse era quello precedente, estate 2008) aveva per tema portate le fibre naturali: vi erano spazi dedicati, mostre ecc. Sembrava un trend inarrestabile... nel salone successivo, a luglio scorso non ve ne era quasi traccia. Se ne lamentava Stefano Panconesi, esperto e consulente nel mondo della tintura naturale applicata ai processi industriali.
E qui vi è la risposta al quesito: il sistema tessile/abbigliamento italiano ho bisogno di promozione di visibilità, di una identità precisa. Moda Sostenibile è una delle parole d'ordine spese allo scopo. Ma come sappiamo la moda ha bisogno di rinnovarsi continuamente, un anno tutti con la pelliccia ecologica, un lustro dopo tutti con il cincillà! E questo, da più di un secolo a questa parte, a beneficio delle masse. Ne consegue che il consumo di moda ha bisogno di materiali reperibili e tecnologie produttive a basso costo. Un fattore costo importante è quello della manodopera: e qui l'etica fa a pugni con il profitto, sempre necessario in ogni attività industriale.
E' anche vero che la sostenibilità ambientale (in minor misura quella sociale) sono diventati un patrimonio culturale di massa, da noi. La gente ha finalmente capito che occorre usare le risorse del pianeta con intelligenza e parsimonia. Ma sono pochi quelli che spenderebbero la cifra che occorre per acquistare un buon cappotto in lana, un capo che attraversa un decennio senza traccia di usura, o un twin set fatto come Dio comanda, che non fa il pallino e non infeltrisce nemmeno dopo anni. Ci vestiamo tutti da Zara o simili, pur sapendo che si tratta di roba confezionata in Cina, al di fuori di ogni rispetto per le regole che da noi sono state finalmente imposte ed accettate. Sappiamo anche che il costoso made in Italy è prodotto in zone franche, in oriente, alla faccia di ogni sostenibilità!
Ci sono piccole nicchie di prodotti realizzati con criterio ed amore, produzioni che sono più vicine all'artigianato artistico che alla moda. Ma non saranno mai un fenomeno di massa, sono pochi coloro che se le possono permettere e oramai tutti pensiamo che cambiare arredamento, abbigliamento, elettrodomestici sia un diritto. E infatti marchi come Ikea, Zara, H&M... trionfano, fra i meno abbienti come fra le classi medie.
Ma non sono constatazioni funeree le mie: impegnarsi nelle produzioni di qualità e nella loro promozione vale la pena, se non altro per non disperdere centinaia d'anni di lavoro e di ricerca.
La Fondazione Pistoletto non la conosco, so solo quello che vedo sui media, non ci sono mai stata. Da quel che leggo nel sito si occupa da tempo di tematiche ecologiche, non è saltata sull'onda dell' 'Obama-Change' nell'ultimo anno. Ma ripeto, non ho elementi: abito lontana e non ci ho ancora messo piede.
Ma vedo anche una ricerca di visibilità e di partners prestigiosi e alla moda che mi fa pensare ad un'operazione molto 'glossy' ma di spessore culturale relativo.
15 novembre 2009
08 novembre 2009
Un destino tessile
Da bimbetta, in un Natale anni '70, ricevetti il 'telaio' Clementoni, un pettine-liccio in legno e plastica che usai con entusiasmo. Poi mi conquistai la possibilità di iscrivermi all'Istituto d'Arte, sezione decorazione del tessuto, dopo aver scartato l'ipotesi di diventare fotografa.
L'insegnamento era carente (ma anche i compagni non avevano 'sta gran dedizione e capisco i docenti...) così imparai proprio poco, ma fortunatamente la più svogliata delle insegnati si rivelò la più attiva ad inserire i giovani nel mercato del lavoro: così a 17-18 anni ero già consulente. Guardai il primo assegno incredula pensando: "qui mi pagano per far quello che farei gratis, o anche pagando..." un sogno!
E' continuato così: senza particolare fatica, con straripante passione e dedizione. Ho anche avuto la fortuna di avere insegnati di grande valore, in seguito.
Al telaio ho affiancato altre tecniche, via via. Ho vissuto 8 anni con Luciano Ghersi, condividendo molte cose, ma non tutte. E ora affianco la immediatezza del gesto del feltraio alla meditata progettazione del 'digital tapestry'.
E non è finita qui...
L'insegnamento era carente (ma anche i compagni non avevano 'sta gran dedizione e capisco i docenti...) così imparai proprio poco, ma fortunatamente la più svogliata delle insegnati si rivelò la più attiva ad inserire i giovani nel mercato del lavoro: così a 17-18 anni ero già consulente. Guardai il primo assegno incredula pensando: "qui mi pagano per far quello che farei gratis, o anche pagando..." un sogno!
E' continuato così: senza particolare fatica, con straripante passione e dedizione. Ho anche avuto la fortuna di avere insegnati di grande valore, in seguito.
Al telaio ho affiancato altre tecniche, via via. Ho vissuto 8 anni con Luciano Ghersi, condividendo molte cose, ma non tutte. E ora affianco la immediatezza del gesto del feltraio alla meditata progettazione del 'digital tapestry'.
E non è finita qui...
02 novembre 2009
Lana cotta: lavatrice o pentolone?
Come mio costume condivido i consigli che do a chi mi scrive privatamente; ho ricevuto la seguente richiesta da Alessandra:
«cercavo informazioni sulla lana cotta e ho trovato il tuo bellissimo sito.
Vedo che tu consigli di cuocere la lana in lavatrice (90 gradi? e per quanto tempo?), ma se invece si facesse in una pentola con acqua bollente sul fornello? credi sia più facile o veloce o pericoloso?»
Nei miei post suggerisco di fare delle prove, ogni lana reagisce in modo diverso. La pentola può andar bene, se si mette un detergente alcalino e si sbatacchia ben bene l'oggetto: bollire in sé non basta ad indurre infeltrimento. (non si potrebbe tingere altrimenti!).
Pericoli? Non credo che sia salubre respirare vapori contenenti detergenti e tracce di colorante, e ci si potrebbe bruciare inavvertitamente.
La lavatrice per contro sbatacchia in modo efficace e credo che sia la soluzione migliore.
«cercavo informazioni sulla lana cotta e ho trovato il tuo bellissimo sito.
Vedo che tu consigli di cuocere la lana in lavatrice (90 gradi? e per quanto tempo?), ma se invece si facesse in una pentola con acqua bollente sul fornello? credi sia più facile o veloce o pericoloso?»
Nei miei post suggerisco di fare delle prove, ogni lana reagisce in modo diverso. La pentola può andar bene, se si mette un detergente alcalino e si sbatacchia ben bene l'oggetto: bollire in sé non basta ad indurre infeltrimento. (non si potrebbe tingere altrimenti!).
Pericoli? Non credo che sia salubre respirare vapori contenenti detergenti e tracce di colorante, e ci si potrebbe bruciare inavvertitamente.
La lavatrice per contro sbatacchia in modo efficace e credo che sia la soluzione migliore.
21 ottobre 2009
ancora una piccola soddisfazione
Guardate che bel risultato! Si potrà pensare che si tratta di ben piccola cosa, di una goccia nell'oceano... ma il fatto che un materiale che è stato tanto importante per la storia dell'umanità, per la nostra stessa identità culturale (ricordate Abramo e quella gente la?) sia adesso toccato, amato, curato come merita.... beh a me commuove!
09 ottobre 2009
piccole grandi soddisfazioni
Alla Fondazione Lisio, l'istituzione alla quale collaboro da anni, abbiamo organizzato una apertura straordinaria, ieri. L'abbiamo promossa con i nostri limitati mezzi, veicolando l'invito tramite internet. Oltre ad un messaggio dal fanclub che ho organizzato su FaceBook, ho inviato una email personale a tutti i soci toscani di Coordinamento Tessitori, ho postato su qualche blog cittadino e diffuso l'invito tramite la mia newsletter. A quest'ultima sono iscritte adesso poco più di 500 persone. Ho anche creato una apposita pagina sul sito della Fondazione con un piccolo banner sulla homepage. Tante piccole azioni che sono tipiche della comunicazione web.
E' stata una grande soddisfazione sentirsi dire "ho preso un giorno di ferie", conoscere vis-à-vis persone che leggono la mia newsletter, constatare che alcuni son venuti appositamente da Milano o da Roma. Abbiamo parlato di tessitura, naturalmente, ho spiegato ad un bel gruppo di studenti dell'Università di Firenze il funzionamento della macchina Jacquard, la tessitura del velluto, i progetti che mi hanno coinvolta nei 15 anni della mia collaborazione.
In questi giorni ho anche controllato il traffico di visite sui miei siti e su questo blog. Ho consultato un sito che controlla la visibilità sul web: e quale è stata la sorpresa...! Ho saputo che le mie pagine, 'fatte in casa' hanno una qualche rilevanza statistica, su base mondiale. www.evabasile.it è un sito in italiano (ci sono 4 pagine tradotte, quelle sul mio viaggio/studio in Ghana) dedicato ad una piccola nicchia di appassionati.
Ma ecco che tutto il tempo dedicato a rispondere a centinaia di email, a postare contenuti sul blog, redigere testi, cercar foto ha trovato una sua ragion d'essere: incontrare dal vero le persone che condividono le mie stesse passioni. Assieme potremo fare e sognare cose ancora più belle.
Grazie a tutti coloro che mi hanno seguita, in questi anni.
E' stata una grande soddisfazione sentirsi dire "ho preso un giorno di ferie", conoscere vis-à-vis persone che leggono la mia newsletter, constatare che alcuni son venuti appositamente da Milano o da Roma. Abbiamo parlato di tessitura, naturalmente, ho spiegato ad un bel gruppo di studenti dell'Università di Firenze il funzionamento della macchina Jacquard, la tessitura del velluto, i progetti che mi hanno coinvolta nei 15 anni della mia collaborazione.
In questi giorni ho anche controllato il traffico di visite sui miei siti e su questo blog. Ho consultato un sito che controlla la visibilità sul web: e quale è stata la sorpresa...! Ho saputo che le mie pagine, 'fatte in casa' hanno una qualche rilevanza statistica, su base mondiale. www.evabasile.it è un sito in italiano (ci sono 4 pagine tradotte, quelle sul mio viaggio/studio in Ghana) dedicato ad una piccola nicchia di appassionati.
Ma ecco che tutto il tempo dedicato a rispondere a centinaia di email, a postare contenuti sul blog, redigere testi, cercar foto ha trovato una sua ragion d'essere: incontrare dal vero le persone che condividono le mie stesse passioni. Assieme potremo fare e sognare cose ancora più belle.
Grazie a tutti coloro che mi hanno seguita, in questi anni.
22 settembre 2009
Lavare la lana di tosa
Ai primi caldi, solitamente nelle prime settimane di maggio, viene eseguita la tosatura, per permettere alle pecore di affrontare il caldo estivo senza il peso del vello lanoso, o, come avveniva in passato, quando la tosatura precedeva la transumanza, il lungo viaggio verso gli alpeggi , per evitare che la lana restasse impigliata nei vegetali ed in arbusti spinosi, esponendo l’animale ad incidenti e a ferite. In passato, quando la lana delle nostre pecore aveva ancora un valore di scambio, le pecore si preparavano alla tosa con il cosi detto salto. "Quando devono tosare le pecore, le portano (i pastori) alla [...] Fonte Grande. Colà prendono le pecore ad una ad una e le gettano in acqua nel mese di maggio e nel mese di agosto, perché deve fare caldo." Così narra l’anziana tessitrice Caterina Bellusci dalle pagine “Il telaio a Frascineto, di A. Bellusci, (a pag. 41) testo del quale si trova recensione nelle pagine che seguono. Questo ‘salto’ veniva eseguito due, tre volte, in modo che la lana si liberasse dalla sporcizia e dalla polvere. Le pecore così trattate, dopo un paio di giorni venivano tosate. "La lana bianca la mettono in un sacco, e la lana nera in un altro sacco." E’ bene separare le lane di diverso tipo e qualità, fin dalla tosa, in modo da non avere lane mescolate nelle fasi successive. Ugualmente è bene che le pecore siano tosate in ambiente pulito, su un telo pulito, e non in mezzo alla paglia. Nella nostra epoca, nella quale la lana è un fastidioso rifiuto speciale, non è assolutamente scontato che la tosa avvenga in luogo pulito, tutt’altro! Il salto non viene eseguito più, esso spaventa le pecore, e se non vi è necessità di raccogliere velli puliti, è ritenuto dannoso alla salute degli animali, oltre a comportare un lavoro oneroso. Prosegue il racconto dell’anziana informatrice: "La lana [...] la prendono e la mettono nei sacchi, con l’asino vanno e la lavano alla Fonte [...] e le tolgono tutto il fango, la maggior parte. Poi la portano a casa e la mettono con acqua calda e con sapone, e la lasciano in acqua tutta la notte. Poi la prendono un’altra volta e la mettono dentro nei sacchi, la mettono sull’asino e vanno un’altra volta alla Fontana [...] e vanno a sciacquarla pulita pulita. Poi la portano in casa e distendono una coperta sul pavimento, e gli mettono la lana colà. E ogni sera si uniscono quattro o cinque donne, e si mettono a distenderla [...] perché deve asciugarsi." Altro non occorre: chiunque volesse preparare della lana avuta da un pastore per la filatura o per farvi del feltro, deve ripetere questi semplici gesti. Per un risultato soddisfacente e per non sfinirsi di lavoro inutile, occorre che la lana non sia sporchissima o di pecore che hanno pascolato in campi di trifoglio (i semi restano attaccati al vello, ed è difficile separali), che sia stata tosata con un minimo di attenzione. Occorre distendere il vello su un tavolo pulito (è facile, la lana è coesa e la forma dell’animale è come trattenuta nel suo pelo) poi manualmente eseguire la cosi detta cernita: separare le parti più sporche, gli escrementi, le parti che si trovavano sotto la coda, le zampe. Buttarle a compostare: è inutile affannarsi a lavarle. Occorre avere molta acqua a disposizione, lavorare nei paraggi di un fiume, o un fontanile, è ideale. Mettere la lana in un grosso contenitore e versarci acqua calda lievemente saponata. Muovere con delicatezza, per non indurre infeltrimento. Se l’acqua è ben calda il grasso che naturalmente riveste la lana si scioglie e separa più facilmente. Presto l’acqua si farà torbida e sporca, l’odore sarà pungente. Usare un po’ di sapone o lisciva permette di sgrassare ulteriormente le fibre. Attendere che l’acqua sia completamente raffreddata e quindi scolarla raccogliendo la lana. Se si lavorano grandi quantitativi si userà un forcone. Poi sciacquarla a lungo, fin quando tutto lo sporco viene lavato e l’acqua smette di intorbidirsi. Aquel punto, sempre servendosi, se necessario, di un forcone, scolarla e portare la lana in un luogo adatto all’asciugatura, in luogo arieggiato, all’ombra. Un vello entra comodamente in un secchio di quelli di plastica da 10 litri, ma la lana che se ne ricava non è molta: metà del suo peso è costituito da grasso e sporcizia e quindi è meglio cercare un contenitore più ampio e lavorare un quantitativo più grande. Ho lavato le lane di un amico pastore, razza Vissana del centro Italia: per lavare un vello, ho usato un cucchiaio di lisciva disciolta in acqua bollente, che ho versato nel secchio in cui avevo messo la lana. Ho spinto con un bastone in modo che tutta la lana si trovasse immersa nell’acqua ed ho mosso un po’ il tutto. Il giorno dopo ho scolato via l’acqua ed ho portato il secchio alla fonte, una di quelle fonti in cui l’acqua scorre libera tutto il giorno. Ho semplicemente lasciato il secchio sotto il rivolo d’acqua che scorreva. Dopo un’oretta o due ho scolato nuovamente la lana e l’ho portata ad asciugare: disponevo di uno spiazzo pulito, ma in assenza va bene uno stendi biancheria, forse va meglio. In un’altra occasione ho messo la lana estratta dal bagno saponoso in una rete di plastica, e questa l’ho immersa in un torrente: la corrente ha fatto il lavoro di risciacquo. La legge vieta che si lavi la lana senza depurare le acque di scarico, ma questo si applica ai grossi quantitativi: lavare qualche vello è facile e da' soddisfazione: permette di entrare in contatto con uno dei materiali più antichi ed importanti della storia dell’umanità, permette a chi fila o fa il feltro di procurarsi lane che spesso sono introvabili sul mercato, e che possono dare effetti interessanti. Vale la pena ‘salvare’ la lana delle oltre 100 razze selezionate nei secoli dai pastori italiani.
Comunicazione - stato dell' 'arte' in Italia
Ieri l'ufficio stampa di un importante casa-museo milanese ha contattato la redazione della rivista Jacquard, che curo per conto della Fondazione Lisio.
L'addetta ci teneva affinché venisse pubblicata una segnalazione della mostra che inaugurerà a breve. Facevo presente che il semestrale è già dal grafico e che la prossima uscita è prevista a marzo, a mostra conclusa, ma che molto volentieri avremmo segnalato l'evento sul sito web.
Dopo aver ringraziato la signora ha affermato con rammarico che una nota pubblicata sulla rivista sarebbe stata molto più efficace e prestigiosa ed ha proposto di inviarci comunque per email alcune foto ed un comunicato stampa, sperando che si possa includerle.
Nel pomeriggio son stata dal grafico ed abbiamo visionato assieme le immagini. Si trattava di evidenti scan di materiale cartaceo, foto completamente impastate, senza chiari/scuri, sfuocate... inservibili!
Mi domando come mai il mondo della comunicazione qui in Italia sia tanto arretrato, come si possa credere che pubblicare su una rivista destinata ad un pubblico di nicchia sia meglio che pubblicare su un sito web virtualmente consultabile da chiunque disponga di una buona connessione internet...
Siamo un paese arretrato, in cui la carta stampata è oggetto di culto, che non capisce i nuovi media. E poi ci meravigliamo...
L'addetta ci teneva affinché venisse pubblicata una segnalazione della mostra che inaugurerà a breve. Facevo presente che il semestrale è già dal grafico e che la prossima uscita è prevista a marzo, a mostra conclusa, ma che molto volentieri avremmo segnalato l'evento sul sito web.
Dopo aver ringraziato la signora ha affermato con rammarico che una nota pubblicata sulla rivista sarebbe stata molto più efficace e prestigiosa ed ha proposto di inviarci comunque per email alcune foto ed un comunicato stampa, sperando che si possa includerle.
Nel pomeriggio son stata dal grafico ed abbiamo visionato assieme le immagini. Si trattava di evidenti scan di materiale cartaceo, foto completamente impastate, senza chiari/scuri, sfuocate... inservibili!
Mi domando come mai il mondo della comunicazione qui in Italia sia tanto arretrato, come si possa credere che pubblicare su una rivista destinata ad un pubblico di nicchia sia meglio che pubblicare su un sito web virtualmente consultabile da chiunque disponga di una buona connessione internet...
Siamo un paese arretrato, in cui la carta stampata è oggetto di culto, che non capisce i nuovi media. E poi ci meravigliamo...
19 settembre 2009
Prato si raccoglie attorno al proprio museo
Son stata al Museo del Tessuto di Prato ieri, per l'inaugurazione della mostra Lo stile dello Zar.
Le inaugurazioni al museo sono sempre un momento d'incontro per la comunità di addetti ed appassionati al tessile ed alla sua storia, un momento di generosa apertura dell'istituzione al suo pubblico. Infatti, per quanto molti ricevano un bell'invito in cartolina o un comunicato per email, le porte della ex cimatoria Campolmi sono aperte a tutti i visitatori, in quelle occasioni.La folla che si è radunata ieri però era enorme, al di la delle aspettative degli organizzatori. Ci siamo dovuti mettere in coda per poter vedere l'esposizione e non vi erano sedie sufficienti ad accomodare i convenuti, nonostante che, nel cortile da poco restaurato, fosse stato allestito un gazebo imponente con file e file di comode poltroncine.
Era come se l'intera città avesse deciso di rendere omaggio al proprio museo, all'istituzione che serba e tramanda la memoria storica di un'industria che ha modellato la città e le abitudini dei propri abitanti e che, lentamente ed inesorabilmente è al suo declino.
La mostra è splendida ed i pezzi esposti sfarzosi, ma ho serbato un senso di mesta melanconia.
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