10 febbraio 2012

Da micro a macro

... o da macro a micro?
Facebook è oramai l'assopigliatutto del web, contenitore di tutto lo scibile e accentratore di tutti gli interessi dell'umana specie. Fra le migliaia di altre cose, su Fb esiste Tessitori in Rete, un gruppo che si occupa per l'appunto di tessitura. Non è malaccio, a differenza di molti altri gruppi serve anche come piattaforma per scambio di informazioni e di consigli e non è solo una lunga lista di annunci auto-promozionali.
Dal momento che credo che un blog possa assolvere meglio a questa funzione (dire la propria sul web e farsi conoscere) faccio una piccola cosa anacronistica: uso un blog per rispondere ad una domanda nata su Facebook, e quindi dal macro-contenitore porto il discorso sul mio micro-blog.
La domanda era la seguente: "secondo voi si può ingrandire un'armatura?" la persona che poneva il quesito proseguiva citando il pied de poule. Cosa sia il classico intreccio è noto, e non mi dilungo, citarlo però mette in ballo tutto un gruppo di effetti classici in tessitura che si ottengono grazie all'uso di sequenze di fili diversamente colorati intrecciati in armature base.
Per rispondere alla domanda ho citato le macroarmature, degli intrecci a sviluppo ampliato che ho trovato descritte in un testo classico di tessitura ad uso degli Istituti Tecnici Industriali,  Fernando Scanzio, Ugo Pedrazzo: Intrecci e strutture dei tessuti, Paravia/Texilia, 1988. Un libro, come molti, oramai introvabile in commercio. Ma eccoci a noi, un bell'esempio pratico per capire la questione.

Il grafico è ripetuto due volte, a sinistra l'intreccio espresso come sempre per quadretti neri (ordito copre trama) e quadretti bianchi (trama copre ordito).
Di fianco l'effetto colore, ottenuto alternando un filo chiaro ad uno scuro. Notare come si forma una sorta di movimento zigzagante.
Volendo ampliare questo effetto possiamo ripetere ogni filo ed ogni trama due volte, ma non otterremmo un motivo molto grande: avremmo anche un tessuto molto meno stabile.Per ingrandire l'effetto ed ottenere una stoffa solida possiamo usare l'intreccio più stabile fra quelli che conosciamo: la tela e abbinare questa a delle slegature che assolvano alla funzione decorativa del precedente esempio utilizzando una nota colore adattata.

I 4 licci originari diventano 8 e l'intreccio si sviluppa su 16 fili e 16 trame. Quello che era il primo filo inserito nel liccio in basso diventa una sviluppo di 4 fili inseriti, alternandoli, nei primi due licci (contando dal basso).
La nota colore ugualmente è sviluppata per gruppi di 4 fili e altrettante trame.
Nell'armatura risultante si alternano aree in tela a slegatura in senso ordito e trama. Una sorta di scacchiera di tela intervalla le slegature in modo da ottenere stabilità. Le sleguature si sviluppano in modo analogo alla saia di partenza, con i fili che coprono le trame organizzati lungo la diagonale.

Ed ecco l'effetto che si ottiene sul tessuto, molto simile agli effetti zigzaganti della saia mostrata un precedenza.
Allo stesso modo si possono ampliare altri effetti colore, stando però sempre attenti a che il tessuto non sia stroppo sciolto: la tela deve risultare ben compatta, altrimenti le slegatura slittano, rendendo la stoffa troppo soggetta ad abrasioni.
Di  solito questi intrecci si realizzano con filati in lana e si conclude l'opera applicando finissaggi adatti (induzione di leggero infeltrimento).                

27 gennaio 2012

Il feltro dello sciamano - mostra e performance per Feltrosa

Tita Malingamba, a Feltrosa 2011
L'inaugurazione della mostra della passata edizione di Feltrosa è stata emozionate: chi c'era se lo ricorda di sicuro. Otto danzatori del Collettivo Duende di Bologna hanno arricchito la serata animando altrettanti abiti-scultura realizzati  nel giro di poco più di un mese da altrettanti artisti del feltro.
Per ogni lavoro fu scelta una musica d'accompagnamento ed una piccola coreografia, gli abiti presero vita nei gesti dei ballerini.
Feltrosa 2012 propone nuovamente quest'opportunità alla comunità di artisti ed artigiani tessili che hanno scelto il feltro come medium espressivo, per una mostra  da tenersi presso Biella The Wool Company a Miagliano (BI) a partire da sabato 19 maggio 2012. Una selezione di lavori verrà indossata per un'azione performativa.

Beyus a Perugia - da wikipedia
Ad ispirarci è stata la mostra Beuys e lo sciamano, estasi rito e arte allestita al Palazzo della Penna di Perugia fino al 4 marzo, nella quale sono esposte le sei lavagne sulle quali l'artista tedesco condensò nel 1980 la sua poetica e l'impegno per una società migliore. Quell'esperienza è documentata da un catalogo e da alcuni documenti sul web: un articolo del 2003 pubblicato su  Exibart  si può leggere online.
Nel visitare la mostra colpisce l'attualità del suo pensiero, in molti amiamo Beuys per il suo uso di elementi di feltro e per l'importanza che attribuiva a questo materiale. Un articolo scaricabile dal web scritto da Letizia Omodeo Salé  descrive in modo esteso la sua vicenda artistica e le sue idee.


Il feltro dello sciamano - sulle orme di Joseph Beuys
è il titolo che abbiamo scelto per l'iniziativa. 
“E’ impossibile un’attività artistica senza una presa di coscienza con la natura. (…). E’ per questo che in tutte le mie azioni cerco di far prendere coscienza all’uomo delle sue possibilità creative, le uniche che gli possono dare la libertà. Cerco di collegarlo verso il basso con la terra, la natura, le bestie, che hanno un posto importante nelle mie azioni; e verso l’alto, con gli spiriti.”
Joseph Beuys, protagonista dell’arte concettuale tedesca tra gli anni ’60 e ’80, ha lasciato anche in Italia preziose testimonianze della sua opera: è il caso delle sei lavagne conservate al Palazzo della Penna a Perugia, che con disegni ed iscrizioni comunicano le basi della sua poetica.
Per Beuys l’artista è come uno sciamano: il suo compito non è produrre oggetti estetici da museo, ma fare da mediatore tra la società e il suo bisogno evolutivo di rinnovamento spirituale e materiale.
L’arte quindi non è più una pratica destinata ad un pubblico ristretto, ma un’operazione di “scultura sociale”, fatta di idee, azioni simboliche, discussioni pubbliche, finalizzata al cambiamento della società; questo si può raggiungere sostituendo la collaborazione alla concorrenza, cooperando per il bene comune, rinnovando il rapporto dell’uomo con la natura e con se stesso, proteggendo la vita invece che sfruttarla. Bisogna che la parte egoistica dell’uomo muoia perché egli rinasca in un nuovo rapporto con tutto ciò che di materiale e spirituale lo circonda.
“Quando abbiamo la coscienza di collaborare tutti insieme come individui liberi, siamo anche molto più vicini all’aver creato una democrazia reale e concreta.”
Nelle sue azioni artistiche (installazioni, performance, sculture) Beuys, proprio come uno sciamano, utilizza materiali ed elementi simbolici, carichi di significati legati all’energia, alla protezione, all’unione di elementi diversi, alla trasformazione: ferro, rame, cera, burro, zolfo, miele, oro, grasso, feltro.
Il feltro è particolarmente importante, in quanto materiale morbido, protettivo, isolante, avvolgente, unione compatta di fibre che in origine erano disunite e caotiche, simbolo dell’azione dell’artista che porta ordine nel caos. Nelle sue opere sono anche presenti riferimenti ad animali legati allo sciamanesimo: cigno, lepre, coyote, cervo, api che in modo esemplare rappresentano l’importanza della collaborazione nella vita in gruppo per la sopravvivenza della specie.
“E allora il pensiero umano riceve la voce del coyote, della lepre, dell’albero, del grasso e del feltro a cui ha permesso di parlare. E l’uomo riceve la voce e accoglie i pensieri degli altri uomini, in un mondo in cui la vita riscopre se stessa.”
Ringrazio Cristiana Di Nardo, autrice del testo introduttivo.

22 gennaio 2012

Alla scoperta di Biella

A compensare lo stress e la fatica che comporta l'organizzare Feltrosa vi è un elemento che veramente mi entusiasma: ogni volta mi trovo a lavorare in luoghi diversi, incontrando molte persone interessanti.
A fine luglio avevo incontrato Stefano Panconesi, una vecchia conoscenza, soggiornando per una notte presso la sua Casa Clementina, l'incantevole centro-studi tessili che lo ha portato dalla natia Firenze a Pattinengo. Era un sabato ed avemmo solo modo di vedere molti posti dall'esterno. Il tempo passa veloce e mi sono trovata solo adesso, a metà gennaio a visitare i luoghi in cui si svolgerà la settima edizione della convetion. Quello che segue è una sorta di diario, lungo ma veramente condensato, non potevo riassumere di più le mille cose che ho visto!

La prima tappa è Miagliano, a pochi km dal centro della città, dove finalmente visito la sede di Biella the Wool Company. Avevo incontrato Nigel Thompson nel 2009 ad un convegno organizzato da Ass Amici della Scuola Leumann e nel maggio scorso allo spazio che mi era stato affidato presso Italia Invita  era passato a trovarmi Emilio Langhi, il responsabile di WoolBox, la società legata all'organizzazione di Thompson che si occupa della commercializzazione della lana.

Ed eccomi approdare un po' trafelata all'ex lanificio Botto, sede delle due organizzazioni ed entrare da una porta laterale che conduce allo spazio espositivo. Riconosco i lavori già visti sul catalogo di Wools of Europe, la grande iniziativa nata da una rete di enti europei al fine di valorizzare le lane autoctone. Giro l'angolo e trovo gli uffici: mi viene raccontato come due anni fa sia nato il progetto Biella the Wool Company e come si stia sviluppando. Nella stanza accanto si trovano circa 80 velli interi di pecore di diverse razze ovine, in grandi sacchi sottovuoto. Noto i ciuffi lunghi e setolosi della pecora corsa, la lunghezza e lucentezza della lana Leicester Longwool ed i velli delle storiche merinos Rambouillet. Tanta diversità mi entusiasma! Passiamo in un grande capannone attiguo nel quale un selezionatore è al lavoro, fra mucchi di lana sucida e balle (nella foto a fianco). Mi vien detto che si tratta di lane biellesi e abruzzesi, oggetto di un lavoro di selezione e miglioramento della razza.
Proseguiamo al piano superiore, dove si trova un ampio salone un tempo utilizzato per la stampa dei tessuti ed un'altra sala, più piccola in cui sono conservati gli archivi delle tessiture Botto: materiali che attestano i decenni di storia aziendale, ancora tutti da ordinare e catalogare.
Torniamo ai piani inferiori, dove si susseguono ambienti ampi e disadorni e stanze in cui sono stati montanti alcuni telai. Usciamo finalmente nello spiazzo esterno, dove dalla balconata mi affaccio sul torrente Cervo. Ai miei piedi si trovano ancora file e file di capannoni, un tempo animati dal lavoro, in attesa adesso di riqualificazione. Si ipotizza come utilizzare gli spazi, illustro le necessità di Feltrosa: uno spazio per la mostra, l'area dei venditori di lana ed altre materie prime, la reperibilità di acqua calda per i laboratori.
Arriva l'ora del pranzo e dopo aver salutato Thompson ed avergli dato una copia del catalogo della mostra The Climate si Changing mi reco nella trattoria del paese, precedentemente contattata per dei preventivi.
Mi accompagna Emilio: la sala è quella tipica di una trattoria di paese: pavimenti in graniglia, tavolini disposti sui due lati. Menù semplice, concludo con un tiramisù casalingo, il mio commensale si fa portare del formaggio. "Qui si usa così" mi spiega. Parliamo a lungo di Biella, della sua progressiva deindustrializzazione, dei sentimenti delle persone che hanno perso il lavoro e della storia del paese, letteralmente scolpita dalle attività imprenditoriali della famiglia Poma, fondatrice a metà dell' '800 dell'azienda in cui ha adesso sede Biella the Wool Company.

Riparto: mi aspetta Gigi Mosca, il famoso Nonno Gigi noto a tutti i feltrai.
Mi viene incontro a Chiavazza, in vallata, e mi conduce nel suo ufficio. Sulla targa è scritto Tintoria Mario Mosca: "E' il nome di mio figlio, e anche di mio padre, colui che l'ha fondata" mi spiega. Gigi si occupa delle lane da feltro e di filati, il figlio segue la tintoria.
Sul tavolo sono poggiati gomitoli e rocche di filati pregiati, mohair ed alpaka, fatti lavorare da Gigi, mi mostra un cono di filato dal bel colore mélange e mi chiede di indovinate di cosa si tratti. Ci penso un po' su, annuso e riconosco qualcosa di familiare: "non è mica pelo di cane?" chiedo timida. "Si è proprio quello! L'odore non si toglie con nulla, l'ho lavato in mille modi, ci ho messo addirittura il coccolino..." mi spiega. Parliamo poi della lana di pecora cornigliese, da lui lavorata qualche anno fa e di quella garfagnina.
Ricordiamo le passate edizioni di Feltrosa, di qualche dissapore che si era creato fra lui e le persone che mi avevano aiutata nell'organizzazione, dei mille progetti in cui si è impegnato, di una vita piena di idee e di curiosità.
Andiamo al magazzino in cui tiene le lane, all'ingresso vi sono un certo numero di rotoli di prefeltro spesso, fatti realizzare da Gigi con lane locali. Li trovo interessanti, una buona base per creare tappeti o anche borse. Allineati con ordine, su due lunghe file di scaffali si trovano decine e decine di sacchi di lana variopinta, in Merinos autraliano, Gentile di Puglia e Biellese, quelle che Gigi chiama con i nomi dei suoi nipotini: Gabriele, Andrea ed Edoardo. Mi interesso alla Gentile (l'Andrea) e Gigi me ne da un bel sacco nel colore greggio, voglio pagarla ma è irremovibile. E' generoso Gigi,
Ci lasciamo dopo un paio d'ore, gli prometto che lo terrò aggiornato riguardo i miei incontri successivi e mi auguro che a maggio si riesca ad armonizzare i non facili rapporti che ha con alcuni enti di Biella. Lungo la strada provinciale mi indica un cartello che ha messo in una delle sedi delle sue attività. Ripassandoci l'indomani mi fermo per una foto.

La mia giornata non è finita: alle sei ho appuntamento con la nuova responsabile dell'ostello cittadino. Mi butto nel traffico, senza saper bene come arrivare al Piazzo, la parte alta ed antica della città. Con qualche incertezza ci approdo ed Enrica mi viene incontro in piazza. Gentilissima, mi aiuta a trovare un parcheggio. Ho deciso di trascorrervi la notte, per farmi un'idea dell'agibilità del posto. Visitiamo la struttura, le stanze, la reception ed i luoghi comuni, è buio oramai e ci ripromettiamo di fare nuovamente il giro al mattino seguente. Si sono fatte le otto, accompagno Enrica alla funicolare che porta rapidamente nella città nuova, mi da dei suggerimenti per la cena. Alle pendici della funicolare si trova la sede della Menabrea, la birra biellese che ha conquistato molti estimatori, negli ultimi anni. Torno in ostello ed uso uno dei computer collegati ad internet, non ho il mio portatile, ma la wifi è disponibile, nella sala al piano terreno un altro ospite usa il proprio PC. Controllare la posta, mettere un accenno su FaceBook salutare un paio di amici mi fanno trascorrere rapidamente un'altra oretta. Quando finalmente esco per cenare sono quasi le dieci. Entro nel ristorante che ho intravisto in piazza, ma mi vien detto che sta chiudendo, al Piazzo in inverno vengono poche persone. Nella zona vi sono una pizzeria ed un'osteria, entrambe chiuse al mercoledì. Sono stanca, non ho voglia di prendere la funivia "prova ad andare da mia sorella" mi dice la proprietaria "ha il pub proprio qui davanti." Me la cavo con un toast, un ottimo bicchiere di vino, una fetta di torta casalinga al cioccolato, davvero buona. Non sono in molti al pub, si conoscono tutti e in breve prendo parte alle conversazioni. Spiego il motivo che mi ha spinta a venire a Biella, mi viene suggerito di andare a chiedere spazi negli uffici comunali, a poche decine di metri dalla piazza principale. Oramai sono innamorata, il Piazzo è incantevole, con i suoi edifici ben ristrutturati e la pittoresca strada in acciottolato: perché andare da un'altra parte?

La notte in ostello è perfetta, c'è silenzio, le stanze sono pulite, l'arredo è essenziale: c'è tutto quello che serve, anche la completa agibilità per i portatori di handicap. Al mattino vedo nuovamente le salette che si trovano al piano terreno, fotografo il cortile interno. (foto a fianco)
Prendo un paio di copie del catalogo della mostra The Climate is Changing e mi affaccio alla porta dell'assessorato alla cultura. Spiego brevemente il progetto e vengo introdotta all'assessore, un giovane sui quarant'anni, molto cordiale. Si parla brevemente e mi viene suggerito di parlare con i referenti dell'assessorato alle politiche giovanili. In breve mi trovo con un usciere a visitare una serie di spazi all'interno del palazzo Ferrero. Una bella sala affrescata al piano terreno è quella che fa al caso nostro: i bagni sono vicini, vi si accede facilmente al giardino esterno, attrezzato con un bel parco giochi per i bambini. E' fatta, un  scambio di email conferma la disponibilità: domenica 20 maggio sarà la sede di un  bel lavoro collettivo dedicato ai bambini.
Sono entusiasta! Torno all'ostello per usare nuovamente internet, vado a pranzo nella pizzeria in piazza e poi carico l'auto per andare all'ultimo appuntamento, alle quattro devo essere a Quaregna, al Feltrificio Biellese.
Lungo la via mi fermo brevemente nella città nuova, vedo la vetrina di una bottega di artigiane del feltro, che è chiusa sfortunatamente e trovo un negozio legato ai presidi slowfood dove acquisto dei formaggi locali, sarebbe da scemi non farlo, tanto sono buoni!

Dopo un breve viaggio sulla strada provinciale svolto verso le colline alla volta di Quaregna, molte aziende si trovano ai lati di torrenti ed il Feltrificio Biellese, fondato cent'anni fa è uno di questi. Mi accoglie Giorgio Massara, un uomo alto, della mia età, vitale ed entusiasta. Ci avevo parlato anni fa al telefono e poi all'inizio di gennaio. Mi mostra subito, con orgoglio, la fabbrica. Grandi balle di lana si trovano all'ingresso, un operaio le apre e spinge all'imbocco di un grande tubo che le aspira e le conduce ad una macchina che le districa in modo da raccoglierle in una stanza attigua. Da una finestrella vedo cadere una nevicata da fiocchi bianchi, niente polvere, l'intero processo si svolge in una ambiente sigillato. La lana passa poi alle cardatrici: ne vedo quattro o cinque, nel capannone attiguo. Poco distanti le falde cardate, avvolte con ordine e pronte ad esser stese su dei grandi tavoli. Alcuni operai sono al lavoro, in due a stendere attentamente falde di lana su un tavolo che sarà lungo otto-dieci metri. La lana viene incrociata, con cura, lo spessore deve essere assolutamente uniforme, se si vuole realizzare un buon prodotto.
Altri due operai sono all'opera al tavolo attiguo a distribuire lana cardata in un enorme cubo, alto più di un metro. Un carrello alza una grande e pesante piastra metallica, guarnita da ugelli dai quali fuoriesce vapore e la posa delicatamente sul cubo lanoso. Viene azionata la macchina ed in breve il volume è ridotto a pochi centimetri d'altezza. Sembra un miracolo! La piastra imprime dei piccoli movimenti vibratori, non usa saponi o altri agenti chimici, solo azione meccanica e vapore. Il prodotto finito sarà un feltro spesso quattro centimetri, compattissimo. La qualità e solidità di questi feltri non è raggiungibile a mano, temo. Passiamo al magazzino e la mi vengono mostrati feltri arrotolati di spessori e colori diversi. L'uso finale è in arredamento, moda e molte applicazioni industriali. Ovunque c'è un odore che conosco bene e che amo, quello della lana.
Massara mi mostra altre macchine, una per il feltro agugliato (quello ad aghi, per capirsi) non utilizzata e poco apprezzata dal mio ospite "sono tutti capaci a fare il feltro con questa! Con gli aghi si infeltrisce anche il nylon ed il poliestere. Con le mie macchine, quelle vecchie, devo usare solo lana, altrimenti il feltro non viene". Poco distante si trovano altre due macchine che servono a follare i feltri: uno strano marchingegno con una piastra basculante percuote i rotoli di feltro fino a 'chiudere le fibre' , ovvero a infeltrire completamente.
Si torna in ufficio, dove mi vengono mostrati alcuni campioni sperimentali e si prova ad immaginare un lavoro da svolgere in vista di Feltrosa. Una visita non sarà possibile, a causa della legge sulla sicurezza, con mio rammarico. Sarebbe stato istruttivo ed avrebbe informato i feltrai sulle attività di questa azienda, l'unica a Biella -un altra si trova a Torino - a produrre feltro in 100% lana senza uso di altro che l'acqua, il calore e l'azione meccanica.

Sono passate le sei, ricevo una telefonata da Marina Costantino che mi aspetta a Collegno per cena.
Parto entusiasta per quanto ho potuto vedere in due giornate intense e cordiali. Il viaggio di ritorno sarà lungo e continuo a pensare alle tante cose che mi aspettano e alla ricchezza del nostro patrimonio industriale, minacciato dalla globalizzazione, ma ancora vitale. Feltrosa è un'ottima occasione per metterci il naso e conoscerlo.


04 gennaio 2012

Il 2012 sarà diverso?

immagine da Esty.com
Sono andata stamattina a leggere un blog che seguo, quello di Woolbox, che lamenta la frammentazione e le divisioni che esistono nel mondo delle arti manuali.
Ci siamo frammentati e, in nome di un individualismo non sempre supportato da contenuti di spessore e portata significativi, ne abbiamo fatto il nostro cavallo di battaglia.
E più avanti:
Come alternativa proponiamo il concetto di somma o, nei casi più illuminati, di moltiplicazione. Laddove il risultato dell’operazione sia un valore significativo ottenuto come somma di tanti “resti” che, insieme, possano trovare un’espressione meno personale ma maggiormente importante, stabile, duratura.
Fare squadra: chissà che questo inusuale concetto, per quanto a parole largamente abusato, possa trovare concretezza reale e mostrare che, unendo le passioni, riducendo i costi e fruendo dell’esperienza di una comunità, si possaprogredire nel sapere, nel trasmettere, nel ricevere. Diversamente continueremo a cercare invano di far sentire le nostre voci frammentate e per questo deboli, disorganizzate e quindi sovrapposte, che solo a fatica riescono a uscire da quel brusio di fondo indistinto al quale siamo, ahinoi, avvezzi e vaccinati.


Sono convinta anch'io che occorra fare rete. Come affermato dai colleghi biellesi,  il brusio è assordante, ma temo inevitabile.
Gli strumenti di comunicazione sostengono la diffusione del sapere, ma la grandissima quantità di informazioni e stimoli difficilmente produce un qualcosa di coerente. Grandi piattaforme come Etsy stanno aggregando un numero enorme di artigiani, con il risultato che offrono una babele di immagini attraverso la quale è difficile orientarsi. La massa ingestibile di informazioni è oggetto di riflessione e di dibattito anche nel paese in cui la cultura DIYS digitale è nata, gli Usa. Da qualche anno si assiste alla nascita di siti e blog destinati alla promozione ed all'elaborazione critica della presenza dell'artigianato sul web. Fra questi il blog di Tim Adam, che da anni propone metodi per l'auto promozione dei singoli artigiani, sulla piattaforma Handmadeology.

Esistono piccoli gruppi, individualità poco inclini alla condivisione (o solo timide), centinaia, forse migliaia di appassionati: ciascuno elabora un pensiero, formalizza un prodotto.
Enti come Woolbox possono fare da catalizzatore o da contenitore, ma temo che nessuno possa organizzare in modo unitario e coerente il mondo del'arte e dell'artigianato.
Da tempo lavoro ad un progetto di diffusione della cultura tessile. Da dieci anni il gruppo informale del Coordinamento Tessitori è diventato, grazie anche alle mie insistenze, un'associazione culturale che dispone di propri, anche se limitati, mezzi d'azione.  Siamo adesso un gruppo affiatato di persone che si dividono i compiti e che lavorano ad un progetto condiviso e cerchiamo di far rete attraverso la diffusione di bollettini cartacei, presenza sul web ed organizzazione di mostre ed eventi.
So quali siano i limiti di queste iniziative, come aggregare i principianti allontani i professionisti, come i professionisti siano a volte gelosi del proprio sapere. Come sia difficile creare spazi in cui si sentano rappresentati sia gli uni che gli altri.

Esisteva il sindacato fascista delle arti, durante il ventennio e nel periodo sovietico ciascun paese dell'Europa orientale aveva un ente che si occupava e sosteneva gli artisti e gli artigiani. Sono esperienze concluse e criticate (giustamente) perché favorivano gli artefici più graditi alle leve del potere.
Qualche anno fa qualcuno tentò di dar vita ad un ente aggregativo di tutte le realtà artigianali nazionali, organizzando incontri a Roma, all'interno del Parlamento, addirittura. Non se ne sente più parlare.

Annualmente vengono organizzati grandi momenti di confronto, fra questi cito volentieri il salone Abilmente di Vicenza, che accanto ad un hobbismo trito e poco creativo in senso proprio, propone esperienze di grande qualità. Per aggregare più di 40.000 visitatori e creativi del settore occorrono mezzi economici infiniti, e per questo si debbono fare concessioni al mercato.
La frammentazione può esser vista come un patrimonio di diversificazione, volendo, e di libertà da ogni condizionamento di stato o di mercato.

Chi dispone di un blog o di una rivista può includere colleghi ed amici fra le proprie iniziative, spero che questo accada sempre più frequentemente.

27 dicembre 2011

Felt United

Interessata al fenomeno ed all'enorme risonanza che l'iniziativa avviata da Elis Vermeulen e Cynthia Reynolds riscuote nel mondo del feltro quest'anno mi sono cimentata anch'io nella creazione di un lavoro per la mostra virtuale Felt United. Ogni anno viene proposto di esporre o indossare un lavoro in feltro creato per l'occasione in una gamma specifica di colori. Quest'anno il rosso, il viola ed il blu.

Nei giorni che hanno preceduto la data stabilita ho preparato un intreccio di corde di feltro e mi sono accordata con l'amico fotografo Daniel Kevorkian affinché venisse esposto e fotografato il 1° di ottobre, la data in cui si celebra la giornata internazionale del feltro.

Avevo navigato sul sito un paio di volte, in modo non sistematico, ma sapevo in cosa consistesse l'iniziativa, da tempo. Faccio parte del foltissimo gruppo che le due organizzatrici hanno aperto su Face Book, il gruppo più grande sul feltro tra quelli presenti sulla grande piattaforma. Più di 1400 membri! Gli altri gruppi internazionali arrivano a stento a 1000, il più grande di quelli italiani, Amici del feltro, supera di poco i 500.

Ho cercato di fare le cose perbenino: pur avendo creato il mio intreccio in perfetta e frettolosa solitudine ho voluto che venisse installato con l'aiuto di un gruppo di amici, mostrato e fotografato il 1° ottobre, come vuole il motto: FeltUnited - 3rd International Day of Felt - October 1st, 2011
Felt - intertwined, bound together, forever as one - United.
Una piccola testimonianza di come il feltro oltre ad aggregare fibre aggreghi persone.
Ci siamo divertiti, e non è poco!

Poi alla sera mi sono collegata al sito  www.feltunited.com ed ho caricato le mie due foto. Qualche settimana dopo la mostra era visibile. Un vero tripudio di rosso, viola e blu! 376 foto in tutto. Per vederla tutta e leggere i nomi di quanti vi han preso parte serve almeno un'ora.

Sono stata assalita dalla curiosità: quante persone che conosco hanno partecipato? quanti dall'Italia?
Tita Malingamba dal Canton Ticino (quasi Italia...) ha avuto l'onore della foto-copertina. E se l'è meritato. (vedi foto qui di fianco)

E poi ho trovato fra le tante foto quelle di Marina Oldani, di Kristina Foley (una ragazza statunitense residente nei pressi di Firenze che crea del bel lavoro indossabile), di Lisbeth Wahl Di Valentina Degl'Innocenti e di un gruppo parecchio attivo anche su Facebook con un curioso nome Il gregge del feltro a mano.
Quest'ultimo ha creato un'installazione site specific rivestendo un paio di alberi in una radura, un lavoro collettivo e scenografico, che rispecchia lo spirito comunitario dell'iniziativa.

Mi consola che i lavori delle colleghe ed amiche abbiano tutti qualità e che siano tutti stati creati per l'occasione, eppure mi aspettavo più adesioni. Ho controllato anche gli anni passati, 2009 e 2010, scoprendo che non si hanno mai avute più di sei partecipanti dal nostro paese. Ho notato anche come l'interesse si sia via via spostato dalla testimonianza di un fare collettivo e aggregante alla voglia di esserci come individui. Meno lavori a più mani, meno pezzi creati per l'occasione, più sciarpine ed oggettini vari ripescati fra quelli che hanno più o meno i colori giusti.

Essendo parte del gruppo Facebook vedo come la voglia di mostrare qualunque cosa comunque, anche se fuori tema e fuori contesto sia una tendenza molto comune. Tanto è vero che i circa 1400 feltrai del social network (che si direbbero entusiasti verso il progetto di condivisione) si riducono a un paio di centinaia di persone che hanno un lavoro nella mostra virtuale mentre la galleria di foto di Facebook ne contiene più di 600. Le curatrici hanno escluso dalla mostra i lavori che non rispettavano le richieste del bando e si vedono costrette a cancellare quasi quotidianamente immagini che vengono aggiunte sulla bacheca virtuale del network. Il mondo del feltro è passato dalla fase aggregativa ad una più individuale, temo.

E allora il mio intreccio di colori, che volevo simboleggiare (alla buona mi raccomando, non mi prendo così sul serio!!) l'incontro di diverse persone ed esperienze finisce per essere un incontro di elementi che dall'intreccio escono esattamente come sono entrati... le lunghe code che avevo feltrato per ancorare il lavoro agli alberi sono identiche da un alto e dall'altro. Ci si intreccia ma alla fine si ritorna esattamente come siam partiti. Vorrei che il 2012 fosse diverso, che l'incontro con gli altri ci cambiasse nel profondo. Ci riusciremo?

15 novembre 2011

Feltro industriale, forniture all'ingrosso

Mi ha scritto il responsabile vendite di una azienda cinese segnalando i servizi e le forniture di questa azienda: www.tigifelt.com
Come dire il demonio per chi fa feltro artigianale...
Spero che serva per fare dei distinguo: questo è feltro industriale, quello a mano è un'altra cosa!
Per il primo, visto che ne viene importato a tonnellate, tanto vale andare alla fonte...
Ad Abilmente abbiamo visto un fornitore che vende palline in feltro (fatte a mano?) per 20 centesimi...
Si salvi chi può e chi vuole fare cose davvero personali!

25 ottobre 2011

Atelier del Feltro ad Abilmente

Quando un'iniziativa ha successo la si ripete, così anche quest'anno con Cristiana Di Nardo e Giulia Rizzo, assieme alla veterana Ruth Baumer ho animato uno spazio tutto dedicato al feltro, nel più grosso salone italiano dedicato agli hobbies femminili.
Lo spirito di Abilmente lo conoscevamo, così quest'anno avevamo qualche aspettativa in più ed eravamo più preparate. E' venuto su anche Daniel Kevorkian,  il biografo visivo di Feltrosa che ci ha fatto qualche domanda circa il salone e le prossime iniziative di Feltrosa.


ABILMENTE 2011 - in vista di FELTROSA 2012 from KEVO on Vimeo.

Oltre al nostro spazio, quest'anno sostenuto dall'azienda DHG il salone ha ospitato un'area titolata Intrecci Creativi, nella quale hanno allestito i propri lavori alcuni dei più noti tessitori-artisti veneti. A questi si è aggiunto Luciano Ghersi, con la sua brandamaglia ed i preziosi microkilim.

Si potrebbero dire molte cose e tante sono le riflessioni scaturite dalle quattro intense giornate trascorse a Vicenza. Ringrazio tutti coloro che ci hanno sostenuto e chi ci è venuto a trovare, il resto nel breve video che allego!

06 ottobre 2011

professionisti vs amatori

Dal sito ufficiale della biennale
Sono stata a Kaunas all'inaugurazione della biennale d'arte tessile: una manifestazione grandiosa, con grande mostra nel museo nazionale e una decina di mostre satellite, una vera indigestione visiva!

Ero fra centinaia di persone accorse per la cerimonia e, come accede in questi casi, non ho avuto modo di vedere attentamente le opere esposte. Per giunta avevo dimenticato di portare gli occhiali e così mi sono dovuta 'accontentare' di vedere le opere, senza poter leggere titoli, didascalie e spiegazioni.
Ero però in abbondante e ottima compagnia e quindi ho potuto commentare a caldo e discutere con colleghi e amici quanto vedevo.
Per di più la mostra coincideva con la 16a conferenza di European Textile Netwok, durante la quale abbiamo assistito a due intense giornate di presentazioni da parte di artisti, educatori e curatori di eventi tessili.
In un precedente post ho segnalato alcune opere che mi hanno colpita, ma, per avere un'idea più completa e per serbare un ricordo della mostra, mi sono letta, nei giorni scorsi il catalogo. Non sempre leggo le introduzioni ed i testi dei curatori, il più delle volte non aggiungono molto ad un'esperienza che deve essere sostanzialmente visiva. Questa volta l'ho fatto ed ho notato come la curatrice dell'evento, Virginjia Vitkienè nel suo scritto in più punti parlasse di 'professional artists'.
Il concetto stesso mi pare curioso: cosa distingue un professionista da un non-professionista?
Picasso, John Cage o Bertolt Brecht avrebbero mai distribuito cartoncini da visita con su scritto "artista professionista"?
Mi sono andata a guardare il vocabolario della Treccani: Professionista: "Chi esercita una professione intellettuale o liberale come attività economica primaria". Nel mondo dell'arte tessile questo non può essere il discrimine, ci saranno poche decine di individui che sono in grado di sostenersi con le vendite delle loro opere tessili!
La maggior parte campano insegnando in università, accademie, scuole pubbliche e/o private, altre hanno un lavoro qualsiasi, altre ancora hanno la fortuna di avere un marito che provvede alle necessità pratiche, qualcuno è ricco di famiglia!
E' un professionista colui che ha un ricco curriculum espositivo: può darsi, ma da questa categoria verrebbero esclusi i giovani e gli aspiranti.
Una quindicina di anni fa presi parte ad alcune giornate di riflessione sulle arti visive presso il Museo Pecci di Prato. Bruno Corà, l'allora curatore del museo ci informò del fatto che mai nella storia si avevano avuti tanti artisti, e in quel contesto affermò che l'artista è colui che sente in sé l'identità d'artista. Quindi, secondo lui, si tratterebbe di una vocazione, di un modo di rappresentarsi nel mondo e nella società.
Mi colpì alquanto, visto che avevo studiato prima all'Istituto d'Arte e poi al Dipartimento Arti Visive del DAMS di Bologna e pensavo di avere un'idea chiara di fosse un artista: mi scompaginava tutto!
Quindi, per seguire il suo ragionamento, è professionista chi si sente tale, chi dedica molte energie e tempo alla pratica dell'arte: questa definizione mi soddisfa di più, ma crea un discrimine molto labile, credo che non piacerebbe alla curatrice lituana.
Un altro elemento che può servire a definire l'artista è l'aver frequentato un'accademia o dei corsi.
Qui il terreno si fa molto scivoloso!
Se si decide che solo i corsi accademici danno la titolarità d'artista si opta per una visione burocratica ed esclusiva. Nel caso va anche capito quali siano i corsi accademici professionalizzanti...
Quelli organizzati dai diversi stati nelle accademie finanziate con denaro pubblico? Di solito offrono una serietà e qualità che non è sempre garantita dalle iniziative commerciali.
Ma si da il caso che vi siano Accademie ed Università che organizzano attività serali a beneficio della popolazione. Fra queste vi è l'Accademia di Anversa che ha attivato corsi per adulti in molte diverse tecniche artistiche. In quella accademia la formazione alle tecniche decorative tessili e all'arte tessile in generale si svolge unicamente nei corsi serali.
La qualità è sempre il discrimine, ma temo che non vi siano regole e metri per misurarla, ogni tentativo di definire delle categorie finisce invariabilmente per avere dei difetti.
Inoltre, nei tempi attuali, nei quali sempre più persone si dedicano alle attività artistiche ed a quelle manuali, insistere sulle categorie professionista - hobbista non fa che alimentare da parte di quest'ultimi il desiderio di accedere all'area esclusiva dei 'professionisti', esponendoli alle lucrose brame di coloro che questo accesso lo mettono in vendita.