A compensare lo stress e la fatica che comporta l'organizzare Feltrosa vi è un elemento che veramente mi entusiasma: ogni volta mi trovo a lavorare in luoghi diversi, incontrando molte persone interessanti.
A fine luglio avevo incontrato
Stefano Panconesi, una vecchia conoscenza, soggiornando per una notte presso la sua
Casa Clementina, l'incantevole centro-studi tessili che lo ha portato dalla natia Firenze a Pattinengo. Era un sabato ed avemmo solo modo di vedere molti posti dall'esterno. Il tempo passa veloce e mi sono trovata solo adesso, a metà gennaio a visitare i luoghi in cui si svolgerà la settima edizione della convetion. Quello che segue è una sorta di diario, lungo ma veramente condensato, non potevo riassumere di più le mille cose che ho visto!
La prima tappa è Miagliano, a pochi km dal centro della città, dove finalmente visito la sede di
Biella the Wool Company. Avevo incontrato
Nigel Thompson nel 2009 ad un convegno organizzato da Ass Amici della Scuola Leumann e nel maggio scorso allo spazio che mi era stato affidato presso Italia Invita era passato a trovarmi
Emilio Langhi, il responsabile di
WoolBox, la società legata all'organizzazione di Thompson che si occupa della commercializzazione della lana.

Ed eccomi approdare un po' trafelata all'ex lanificio Botto, sede delle due organizzazioni ed entrare da una porta laterale che conduce allo spazio espositivo. Riconosco i lavori già visti sul catalogo di
Wools of Europe,
la grande iniziativa nata da una rete di enti europei al fine di valorizzare le lane autoctone. Giro l'angolo e trovo gli uffici: mi viene raccontato come due anni fa sia nato il progetto Biella the Wool Company e come si stia sviluppando. Nella stanza accanto si trovano circa
80 velli interi di pecore di diverse razze ovine, in grandi sacchi sottovuoto. Noto i ciuffi lunghi e setolosi della pecora corsa, la lunghezza e lucentezza della lana Leicester Longwool ed i velli delle storiche merinos Rambouillet. Tanta diversità mi entusiasma! Passiamo in un grande capannone attiguo nel quale un
selezionatore è al lavoro, fra mucchi di lana sucida e balle (nella foto a fianco). Mi vien detto che si tratta di lane biellesi e abruzzesi, oggetto di un lavoro di selezione e miglioramento della razza.
Proseguiamo al piano superiore, dove si trova un ampio salone un tempo utilizzato per la stampa dei tessuti ed un'altra sala, più piccola in cui sono conservati gli archivi delle tessiture Botto: materiali che attestano i decenni di storia aziendale, ancora tutti da ordinare e catalogare.
Torniamo ai piani inferiori, dove si susseguono ambienti ampi e disadorni e stanze in cui sono stati montanti alcuni telai. Usciamo finalmente nello spiazzo esterno, dove dalla balconata mi affaccio sul torrente Cervo. Ai miei piedi si trovano ancora file e file di capannoni, un tempo animati dal lavoro, in attesa adesso di riqualificazione. Si ipotizza come utilizzare gli spazi, illustro le necessità di Feltrosa: uno spazio per la mostra, l'area dei venditori di lana ed altre materie prime, la reperibilità di acqua calda per i laboratori.
Arriva l'ora del pranzo e dopo aver salutato Thompson ed avergli dato una copia del catalogo della mostra The Climate si Changing mi reco nella trattoria del paese, precedentemente contattata per dei preventivi.
Mi accompagna Emilio: la sala è quella tipica di una trattoria di paese: pavimenti in graniglia, tavolini disposti sui due lati. Menù semplice, concludo con un tiramisù casalingo, il mio commensale si fa portare del formaggio. "Qui si usa così" mi spiega. Parliamo a lungo di Biella, della sua progressiva deindustrializzazione, dei sentimenti delle persone che hanno perso il lavoro e della storia del paese, letteralmente scolpita dalle attività imprenditoriali della famiglia Poma, fondatrice a metà dell' '800 dell'azienda in cui ha adesso sede Biella the Wool Company.
Riparto: mi aspetta Gigi Mosca, il famoso Nonno Gigi noto a tutti i feltrai.
Mi viene incontro a Chiavazza, in vallata, e mi conduce nel suo ufficio. Sulla targa è scritto Tintoria Mario Mosca: "E' il nome di mio figlio, e anche di mio padre, colui che l'ha fondata" mi spiega. Gigi si occupa delle lane da feltro e di filati, il figlio segue la tintoria.
Sul tavolo sono poggiati gomitoli e rocche di filati pregiati, mohair ed alpaka, fatti lavorare da Gigi, mi mostra un cono di filato dal bel colore mélange e mi chiede di indovinate di cosa si tratti. Ci penso un po' su, annuso e riconosco qualcosa di familiare: "non è mica pelo di cane?" chiedo timida. "Si è proprio quello! L'odore non si toglie con nulla, l'ho lavato in mille modi, ci ho messo addirittura il coccolino..." mi spiega. Parliamo poi della lana di pecora cornigliese, da lui lavorata qualche anno fa e di quella garfagnina.
Ricordiamo le passate edizioni di Feltrosa, di qualche dissapore che si era creato fra lui e le persone che mi avevano aiutata nell'organizzazione, dei mille progetti in cui si è impegnato, di una vita piena di idee e di curiosità.
Andiamo al magazzino in cui tiene le lane, all'ingresso vi sono un certo numero di rotoli di prefeltro spesso, fatti realizzare da Gigi con lane locali. Li trovo interessanti, una buona base per creare tappeti o anche borse. Allineati con ordine, su due lunghe file di scaffali si trovano decine e decine di sacchi di lana variopinta, in Merinos autraliano, Gentile di Puglia e Biellese, quelle che Gigi chiama con i nomi dei suoi nipotini: Gabriele, Andrea ed Edoardo. Mi interesso alla Gentile (l'Andrea) e Gigi me ne da un bel sacco nel colore greggio, voglio pagarla ma è irremovibile. E' generoso Gigi,
Ci lasciamo dopo un paio d'ore, gli prometto che lo terrò aggiornato riguardo i miei incontri successivi e mi auguro che a maggio si riesca ad armonizzare i non facili rapporti che ha con alcuni enti di Biella. Lungo la strada provinciale mi indica un cartello che ha messo in una delle sedi delle sue attività. Ripassandoci l'indomani mi fermo per una foto.

La mia giornata non è finita: alle sei ho appuntamento con la nuova responsabile dell'
ostello cittadino. Mi butto nel traffico, senza saper bene come arrivare al Piazzo, la parte alta ed antica della città. Con qualche incertezza ci approdo ed Enrica mi viene incontro in piazza. Gentilissima, mi aiuta a trovare un parcheggio. Ho deciso di trascorrervi la notte, per farmi un'idea dell'agibilità del posto. Visitiamo la struttura, le stanze, la reception ed i luoghi comuni, è buio oramai e ci ripromettiamo di fare nuovamente il giro al mattino seguente. Si sono fatte le otto, accompagno Enrica alla funicolare che porta rapidamente nella città nuova, mi da dei suggerimenti per la cena. Alle pendici della funicolare si trova la sede della
Menabrea, la birra biellese che ha conquistato molti estimatori, negli ultimi anni. Torno in ostello ed uso uno dei computer collegati ad internet, non ho il mio portatile, ma la wifi è disponibile, nella sala al piano terreno un altro ospite usa il proprio PC. Controllare la posta, mettere un accenno su FaceBook salutare un paio di amici mi fanno trascorrere rapidamente un'altra oretta. Quando finalmente esco per cenare sono quasi le dieci. Entro nel
ristorante che ho intravisto in piazza, ma mi vien detto che sta chiudendo, al Piazzo in inverno vengono poche persone. Nella zona vi sono una pizzeria ed un'osteria, entrambe chiuse al mercoledì. Sono stanca, non ho voglia di prendere la funivia "
prova ad andare da mia sorella" mi dice la proprietaria "
ha il pub proprio qui davanti." Me la cavo con un toast, un ottimo bicchiere di vino, una fetta di torta casalinga al cioccolato, davvero buona. Non sono in molti al pub, si conoscono tutti e in breve prendo parte alle conversazioni. Spiego il motivo che mi ha spinta a venire a Biella, mi viene suggerito di andare a chiedere spazi negli uffici comunali, a poche decine di metri dalla piazza principale.
Oramai sono innamorata, il Piazzo è incantevole, con i suoi edifici ben ristrutturati e la pittoresca strada in acciottolato: perché andare da un'altra parte?

La notte in ostello è perfetta, c'è silenzio, le stanze sono pulite, l'arredo è essenziale: c'è tutto quello che serve, anche la completa agibilità per i portatori di handicap. Al mattino vedo nuovamente le salette che si trovano al piano terreno, fotografo il cortile interno. (foto a fianco)
Prendo un paio di copie del catalogo della mostra The Climate is Changing e mi affaccio alla porta dell'assessorato alla cultura. Spiego brevemente il progetto e vengo introdotta all'assessore, un giovane sui quarant'anni, molto cordiale. Si parla brevemente e mi viene suggerito di parlare con i referenti dell'assessorato alle politiche giovanili. In breve mi trovo con un usciere a visitare una serie di spazi all'interno del palazzo Ferrero. Una bella sala affrescata al piano terreno è quella che fa al caso nostro: i bagni sono vicini, vi si accede facilmente al giardino esterno, attrezzato con un bel parco giochi per i bambini. E' fatta, un scambio di email conferma la disponibilità: domenica 20 maggio sarà la sede di un bel lavoro collettivo dedicato ai bambini.
Sono entusiasta! Torno all'ostello per usare nuovamente internet, vado a pranzo nella pizzeria in piazza e poi carico l'auto per andare all'ultimo appuntamento, alle quattro devo essere a Quaregna, al Feltrificio Biellese.
Lungo la via mi fermo brevemente nella città nuova, vedo la vetrina di una bottega di artigiane del feltro, che è chiusa sfortunatamente e trovo un negozio legato ai presidi slowfood dove acquisto dei formaggi locali, sarebbe da scemi non farlo, tanto sono buoni!
Dopo un breve viaggio sulla strada provinciale svolto verso le colline alla volta di Quaregna, molte aziende si trovano ai lati di torrenti ed il
Feltrificio Biellese, fondato cent'anni fa è uno di questi. Mi accoglie Giorgio Massara, un uomo alto, della mia età, vitale ed entusiasta. Ci avevo parlato anni fa al telefono e poi all'inizio di gennaio. Mi mostra subito, con orgoglio, la fabbrica. Grandi balle di lana si trovano all'ingresso, un operaio le apre e spinge all'imbocco di un grande tubo che le aspira e le conduce ad una macchina che le districa in modo da raccoglierle in una stanza attigua. Da una finestrella vedo cadere una nevicata da fiocchi bianchi, niente polvere, l'intero processo si svolge in una ambiente sigillato. La lana passa poi alle cardatrici: ne vedo quattro o cinque, nel capannone attiguo. Poco distanti le falde cardate, avvolte con ordine e pronte ad esser stese su dei grandi tavoli. Alcuni operai sono al lavoro, in due a stendere attentamente falde di lana su un tavolo che sarà lungo otto-dieci metri.
La lana viene incrociata, con cura, lo spessore deve essere assolutamente uniforme, se si vuole realizzare un buon prodotto.
Altri due operai sono all'opera al tavolo attiguo a distribuire lana cardata in un enorme cubo, alto più di un metro. Un carrello alza una grande e pesante piastra metallica, guarnita da ugelli dai quali fuoriesce vapore e la posa delicatamente sul cubo lanoso. Viene azionata la macchina ed in breve il volume è ridotto a pochi centimetri d'altezza. Sembra un miracolo! La piastra imprime dei piccoli movimenti vibratori, non usa saponi o altri agenti chimici, solo azione meccanica e vapore. Il prodotto finito sarà un feltro spesso quattro centimetri, compattissimo. La qualità e solidità di questi feltri non è raggiungibile a mano, temo. Passiamo al magazzino e la mi vengono mostrati feltri arrotolati di spessori e colori diversi. L'uso finale è in arredamento, moda e molte applicazioni industriali. Ovunque c'è un odore che conosco bene e che amo, quello della lana.
Massara mi mostra altre macchine, una per il feltro agugliato (quello ad aghi, per capirsi) non utilizzata e poco apprezzata dal mio ospite "sono tutti capaci a fare il feltro con questa! Con gli aghi si infeltrisce anche il nylon ed il poliestere. Con le mie macchine, quelle vecchie, devo usare solo lana, altrimenti il feltro non viene". Poco distante si trovano altre due macchine che servono a follare i feltri: uno strano marchingegno con una piastra basculante percuote i rotoli di feltro fino a 'chiudere le fibre' , ovvero a infeltrire completamente.
Si torna in ufficio, dove mi vengono mostrati alcuni campioni sperimentali e si prova ad immaginare un lavoro da svolgere in vista di Feltrosa. Una visita non sarà possibile, a causa della legge sulla sicurezza, con mio rammarico. Sarebbe stato istruttivo ed avrebbe informato i feltrai sulle attività di questa azienda, l'unica a Biella -un altra si trova a Torino - a produrre feltro in 100% lana senza uso di altro che l'acqua, il calore e l'azione meccanica.
Sono passate le sei, ricevo una telefonata da Marina Costantino che mi aspetta a Collegno per cena.
Parto entusiasta per quanto ho potuto vedere in due giornate intense e cordiali. Il viaggio di ritorno sarà lungo e continuo a pensare alle tante cose che mi aspettano e alla ricchezza del nostro patrimonio industriale, minacciato dalla globalizzazione, ma ancora vitale. Feltrosa è un'ottima occasione per metterci il naso e conoscerlo.